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La fine del “puoisevuoismo”

“Volere è potere”.

Chi non ha pronunciato almeno una volta nella sua vita questa (apparentemente) potente frase motivazionale? Certo, ha un suo fascino, direi quasi irresistibile, nella sua infinita semplicità: basta volere per potere. Che mondo sarebbe se fosse vero!

Non posso dire di non esserne rimasto affascinato anch’io, sin da ragazzino, quando sognavo di fare le acrobazie con la bici o quando sognavo di far innamorare la più affascinante ragazza del Liceo. La cosa buffa è che spesso ho raggiunto ciò che ho “voluto”, arrivando a convincermi che i miei traguardi avessero risposto ad una legge dell’Universo valida, quella del “se vuoi davvero, allora puoi”.

Ma come spesso accade, il linguaggio, nella sua immensa complessità (ed ambiguità) nasconde e plasma la nostra realtà, portando il nostro meraviglioso organo cerebrale a “vedere” solo ciò che vogliamo vedere, omettendo (guarda caso) tutto ciò che ci restituirebbe un’immagine dell’Universo molto meno malleabile e “imbrigliabile” nelle regole del VOLERE umano.

Pensate per un attimo alla frase precedente: ho scritto “…SPESSO ho raggiunto…” non SEMPRE. Certo, cosa vuoi che sia una semplice parola, una sequenza di 6 letterine che scivolano veloci nella frase?!

Ma ora, al contrario, voglio farvi riflettere proprio sul potere della parola “SPESSO”.
Se ho ottenuto SPESSO una cosa, vuol dire che la regola non ha SEMPRE funzionato, e se non ha funzionato SEMPRE allora non rientra nelle leggi scientifiche; anzi, forse non si può neanche avvicinare a quello che è (e dovrebbe restare) un proverbio popolare, o alle leggi del Successo: a proposito, ma esistono delle leggi per il Successo?

A questo punto la nostra fantastica macchina per pensare si attiva, pur controvoglia, perché detesta consumare glucosio invano e inizia a ragionare più lucidamente, senza scivolare nelle varie euristiche (quelle simpatiche scorciatoie del pensiero che possono aiutarci ad arrivare prima alle conclusioni… anche sbagliate!) e il mondo del “puoisevuoismo” (ho coniato questo termine in modo ironico naturalmente, per mettere in guardia i poveri consumatori di motivazione da “batti-mani-a-tempo-di-rock”) appare difettoso:

  1. Si pone un primo problema, non da poco: se volere è potere, cosa accade a chi non sa, letteralmente, cosa vuole? È tagliato fuori, è impotente?
    Ma se volere è potere gli basterà VOLER sapere cosa vuole, e il gioco è fatto! Naturalmente sto utilizzando dei paradossi, solo per sdrammatizzare la situazione, perché è davvero drammatico vedere come così tante persone, anche con una cultura di alto livello, utilizzino ancora come “legge” universale l’assioma della volontà.
  2. Ora il problema si fa più serio: siamo certi di volere (anche ammesso che questa energia funzioni) la cosa giusta? Siamo sicuri di volere il nostro “bene”?
    Potrebbe essere utile, a questo punto, un altro proverbio, meno famoso, e un po’ sinistro, devo ammetterlo, che recita “attenti a ciò che si desidera!”.

Quello che vogliamo, lo vogliamo davvero noi o è un riflesso di ciò che l’ambiente e la società vogliono per noi?
Se ci fosse anche solo un piccolo dubbio e fosse vero che “volere è potere”, dovremmo soffermarci sul serio a pensare davvero a cosa vogliamo per noi e per chi vive con noi, perché una legge, vera questa, dell’Universo, afferma che “non si torna indietro nel tempo” (almeno per ora) e quindi ritrovarci ad aver raggiunto nella vita, grazie al potere intrinseco nell’energia volitiva, un risultato che non ci ripaga, come immaginavamo, dello sforzo, potrebbe essere piuttosto triste.

  1. Il bello arriva adesso e qui non posso non “scomodare” le più recenti verità neuroscientifiche, di cui vi parlerò meglio e diffusamente anche più avanti.

In primis, voglio portare alla vostra attenzione il quesito (che sembra banale, ma banale NON è) “CHI vuole esattamente?”

“Beh, risposta facile” penserete voi, magari sorridendo per l’assurdità del quesito, o per la delusione della facilità di soluzione “siamo NOI a volere le cose, da cui deriva il POTERE di ottenerle”.

Persino questo punto, così scontato, non è perfettamente allineato alle più recenti e ormai consolidate scoperte sul cervello, sui suoi meccanismi e soprattutto sulle modalità di funzionamento di quella magica “cosa” chiamata “volontà consapevole”.

Quindi siete VOI, dotati di piena coscienza e consapevolezza decisionale, scevri da pulsioni incontrollabili, ad aver VOLUTO il nuovo modello di auto da 50.000 €?
E siete stati sempre VOI, con quella cosa che nel diritto si chiama (ma è ormai obsolescente) “capacità d’intendere e di volere”, a decidere di accendere la sigaretta (“tanto con quello che respiriamo nelle nostre città cosa vuoi che sia una sigaretta”?), a decidere di spendere un capitale per la borsa firmata (“lo so, ne ho altre 8, ma è in promozione”!), e così via?!

Come se non bastasse quanto vi ho appena spiegato, ci sono le ricerche di Gabriele Oettingen, professoressa di psicologia, la quale ha messo “sotto osservazione” gli effetti del pensiero positivo; tali ricerche hanno evidenziato che quando facciamo le famose e consigliatissime visualizzazioni positive, la nostra pressione sanguigna cala e diminuiscono i nostri livelli di energia.
Sembrerebbe una cosa “buona”; in realtà, il significato di questi studi mette in risalto il lato “oscuro” del pensiero positivo: quando abbassiamo la guardia, quando una parte di noi “sente”, grazie all’induzione delle fantasie positive, di aver GIA’ realizzato l’obiettivo, le nostre chance di farcela davvero si riducono.

Del resto, se abbiamo “già goduto dell’obiettivo desiderato”, a che pro investire ancora risorse per lo stesso obiettivo?

Immaginate di dividere un gruppo di studenti universitari in due sottogruppi (come fece la Oettingen in uno dei suoi esperimenti): ad uno consigliate di utilizzare ampiamente il pensiero positivo, fantasticando sul fatto che la settimana successiva andrà alla grande, all’altro gruppo chiedete solo di vivere la settimana come verrà, annotando i pensieri “avuti” durante il periodo.

Chi avrà prodotto di più, chi avrà realizzato di più, secondo voi, alla fine della settimana oggetto del test?

Ebbene sì, la risposta sbagliata è il gruppo dal pensiero positivo!
Oettingen scoprì anche che il primo gruppo, fantasticando e visualizzando in anticipo la settimana “favolosamente” previssuta, sperimentava da subito una calma quasi gratuita, un abbassamento dei livelli di energia.
L’altro gruppo realizzò di più e ottenne maggiori risultati, semplicemente vivendo gli eventi e utilizzando le risorse personali e mentali via via che venivano richieste.

La psicologa, non contenta dei risultati, si pose una domanda ancora più intrigante: se questo è quello che succede nel breve periodo (fantasticare positivamente per una sola settimana) cosa accade quando lo si fa a lungo termine (anni)?

Così, duplicando il modello dell’esperimento, chiese a 83 studenti universitari, nel loro ultimo anno di studi, di valutare la loro probabilità di trovare un lavoro, registrando anche se producevano pensieri positivi o negativi e quanto spesso avevano questi pensieri. Due anni dopo, intervistandoli, scoprì che i partecipanti abituati al “pensiero positivo” frequente non cercavano lavoro con la stessa determinazione e con lo stesso impegno dei colleghi che invece, paradossalmente, avevano pensieri negativi sulla vita post-universitaria.

Risultato finale: gli studenti con il “pensiero positivo”, che avevano fantasticato più spesso, avevano ricevuto meno offerte di lavoro e in generale salari più bassi.

Tuttavia, gli studenti che avevano grandi aspettative di successo si erano comportati meglio e avevano ricevuto più offerte di lavoro e salari più alti.

Cosa ci dice questo? Ci dice che non dobbiamo generalizzare, né abusare dell’ottimismo e delle visualizzazioni positive: costruire una mentalità “positiva” (e vincente) che si predisponga a generare il successo è cosa ben diversa dal trascorrere ore a visualizzare la vita da sogno, nella speranza che si attivino energie cosmiche in grado di realizzare questo sogno.

Visualizzare meno e centrare di più la mentalità positiva su presupposti concreti sono solo alcuni dei passaggi fondamentali di cui ci occupiamo in questo testo.
Lo slogan potrebbe essere “meno visualizzazioni positive e attrattive, più azioni concrete con mentalità vincente”.

Insomma, credo che ora sia chiaro: le mie provocazioni hanno un obiettivo specifico, basato sulle evidenze scientifiche (non certo solo sui miei 20 anni di esperienza nella formazione e nel coaching): portarvi ad un nuovo livello di consapevolezza, creando le basi per forgiare una “mentalità vincente” CONCRETA, che possa poggiare su ciò che siamo realmente, comprendendo nel pacchetto anche l’immensa complessità che vive in noi.

Se fosse stato facile… sarebbe bastata davvero la volontà e i tanti libri dei motivatori avrebbero cambiato davvero la vita dei loro lettori, in tutto il mondo, da oltre un secolo.

Ma non è così semplice: noi non siamo così semplici e semplificabili e la creazione di una Mentalità che funzioni e che ci porti a “vincere” (e anche qui vedrete che avrò modo di scendere così in profondità da rendere quasi ridicolo l’uso di questo verbo tanto abusato) richiede molte più conoscenze e strumenti, che un semplice libricino di proverbi motivazionali dei nostri nonni!

La buona notizia è che scoprirete molto su come funziona il cervello, su come si forgia la Mentalità di una persona e su come tale Mentalità influenzi, in modo sia palese (per una piccola parte) che occulto (per la maggior parte) la vita di ognuno di noi.