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Intervista a J-Ax

Intervista a J-Ax

Mentality frames: J-AX l’antifragile

Arrivo davanti ad un grande portone grigio, uno di quelli da cui possono passare i mezzi pesanti con le attrezzature. Chiamo la sua assistente, pochi attimi e il portone si apre, mi saluta, la seguo e veniamo inghiottiti nel buio di un corridoio. Le note lontane di “Perché sì” mi raggiungono e sorrido: è come attraversare una porta spazio/temporale. L’entrata dello studio si spalanca: davanti a me c’è lo stage con gli artisti e i tecnici; al centro di tutto c’è Ax, che canta accompagnato dal gobbo elettronico e dalla musica, si ferma, mi guarda e mi accoglie dicendo: «Bella lì Pao!». Tutti guardano verso l’intruso, io saluto lusingato e felice dell’accoglienza. Le prove proseguono. Tra una pausa e l’altra ci parliamo, poi come ai vecchi tempi ci capiamo al volo, e partiamo con l’intervista. Registro tutto su I-Phone, 30 minuti filati di botta e risposta.

Gabriele Andreoli

Ci troviamo qui oggi alle prove per il tuo nuovo concerto, in cui ti ritrovi sul palco con Jad dopo tanto tempo. Ho visto arrivare tuo fratello e amici della prima ora: è un segno? Voglio dire, quanto hanno contato e contano gli amici nella tua crescita ed evoluzione?

J-AX

Beh… gli amici sono fondamentali, soprattutto all’inizio, quando hai quella naturale pulsione che hanno tutti di lasciare il primo branco, che sarebbe la famiglia, per costruirtene uno tuo, e quindi te lo crei attraverso gli amici. Credo vada a fasi nella vita, almeno è stata quella la mia esperienza, poi c’è la fase di auto crescita, cioè dove devi essere da solo per… crescere tu a livello personale, sviluppare la tua forza, riuscire ad avere a che fare con la vita, “da solo”. Poi, quando arrivi dopo i 40, riscopri alcune persone, da cui magari ti eri allontanato per divergenze del momento e che oggi non ti sembrano più tanto importanti; arrivi con la saggezza e la consapevolezza che nella vita bisogna salvare le cose positive.

Gabriele Andreoli

Hai sempre avuto dentro questo drive per fare musica, per creare, per fare l’artista, però poi comunque ti ritrovi a dover provare per ore, ore e ore, nel senso che la passione è una cosa, ma poi l’esperienza e la pratica sono necessarie. Non basta essere “dotati”, giusto?

J-AX

No, assolutamente no. Forse all’inizio eravamo più “cazzoni”, cavalcavi l’onda e rimanevi in equilibrio, era tutto molto meno professionale. Però, man mano che sali di livello nel mondo dell’entertainment, devi comunque diventare un professionista, se vuoi crescere e durare tanti anni. Non è semplice e ci vuole dedizione, ma la figata è che quando hai passione e stai facendo una cosa che ti piace non hai mai l’impressione di lavorare, no. Ti stai comunque divertendo e poi questa che vedi oggi in sala prove è la parte più ludica del mio lavoro, cioè quella di stare con i musicisti e di fare, di creare gli arrangiamenti, creare i pezzi, ricantarli, modificarli; è diciamo la parte più rewarding, quella che ti appaga di più. Per me è sempre stato fondamentale collaborare con gli amici, anche se quando però ci lavori insieme, bisogna che tutti capiscano che l’amicizia poi non può diventare un alibi per lavorare di meno, per chiedere magari più degli altri: bisogna che ognuno rispetti il suo ruolo.

Gabriele Andreoli

Nel tempo ho visto una progressione di AX, molti cambiamenti.

J-AX

Sì, anche perché diventa noioso rifare sempre la stessa cosa, non credi? Fai conto come un attore: spesso anche gli attori comici, dopo tanti film comici scelgono di farne uno drammatico. La mia musica poi descrive il tempo in cui vivo, ho sempre lavorato per la cronaca e non per la storia quindi la cronaca cambia.

Gabriele Andreoli

Ma cambiare è anche un atto di fede, di coraggio. Quali sono stati i momenti di crisi, di difficoltà? Come li hai superati?

J-AX

Allora… il momento di crisi più grande, a livello artistico, è stato quando ho smesso con gli “Articolo 31”. Dopo aver fatto il mio disco da solista, la mia carriera ha impiegato parecchi anni ad ingranare e… diciamo che l’errore fu quello di iniziare a costruire sul successo degli Articolo 31, cioè pensare di ripartire da lì, invece di cambiare radicalmente. Il disco “Di sana pianta” è stato un flop molto utile, infatti mi ha fatto cambiare Mindset; se non ci fosse stato quel flop, magari sarei rimasto lì a metà strada, in un limbo. Con il disco “Rap’n’roll”, invece, ho avuto poi la possibilità di rifare tutto da capo, cioè dire “non ho più niente da perdere” e quindi faccio esattamente la cosa più punk, più controtendenza che mi viene in mente, ho fatto Rap’n’roll e la gente mi ha… ritrovato.

Gabriele Andreoli

Per cui da un dolore, da un insuccesso, sei diventato antifragile.

J-AX

Se riesci comunque a reagire. Ecco, diciamo che con “Rap’n’roll” ho reagito con la rabbia e funzionò; poi, con “Il bello di esser brutti” ho reagito invece con amore e ha funzionato anche di più, quindi… diciamo che ho fatto due album nella mia vita che mi hanno portato un grandissimo successo: uno è “Così com’è” degli Articolo 31 e l’altro è “Il bello di esser brutti” con J-Ax come solista. Poi vabbè, c’è stato anche il momento, diciamo, di pausa da me stesso, che è stato tutto il progetto “Comunisti col Rolex” fatto con Fedez, che è stato anche lì, un momento per dire: «Ok… ho lavorato tanto, adesso voglio prendermi una pausa da me stesso». È servito anche per poi avere il piacere di essere qui adesso, a rimettere in piedi tre ore di spettacolo, con tutti i miei pezzi vecchi e tanti amici, senza dire: «Che due coglioni»: insomma rigodermeli!

Gabriele Andreoli

Da quando si sono sciolti gli Articolo 31 ne hai fatte di cose, hai azzardato anche l’ideazione di un programma televisivo: perché?

J-AX

I programmi televisivi, allora, erano fatti tutti da cantanti che poi non riuscivano più a vendere dischi. Io in qualche maniera sono riuscito a coniugare le due cose, principalmente grazie alla volontà di non cambiare me stesso per la televisione, riuscendo a rimanere coerente con le mie idee e il mio personaggio.

Gabriele Andreoli

È stato anche un grande atto di coraggio, perché hai imposto un po’ un format che forse non era proprio il classico format Rai.

J-AX

Si, diciamo che sono stato anche accolto bene in RAI. Ho pensato che quando ero piccolo c’erano cantanti come Gianni Morandi e Celentano, che avevano 40 anni e facevano televisione, allora mi sono detto: “Ho 40 anni, posso farlo anche io!”

Gabriele Andreoli

Beh, in maniera diversa.

J-AX

Si però andavano comunque in televisione no? Quindi mi sono detto che forse era il passo naturale per un artista e comunque… se gli viene proposto e se ne ha le capacità, perché no?! Ovviamente mi sono preparato e ho avuto anche la fortuna di avere una passione per la televisione americana, quindi non sono andato da sprovveduto, mi sono preparato con un autore, ho studiato un po’ video editing. Inoltre, ho sempre amato i “backstage” dei programmi televisivi e i “making of” e ho tentato di fare come fanno loro.

Gabriele Andreoli

Ricordo che tu ti interessavi già al montaggio di alcuni tuoi video, cioè ti sei sempre interessato di tutto, non solo della parte artistica che ti riguardava direttamente.

J-AX

Beh, a volte ho fatto di necessità virtù perché, per fare le cose in un certo modo senza avere grandi budget, devi fartele da solo.

Gabriele Andreoli

Però durante il processo hai anche imparato!

J-AX

Molto, moltissimo, esatto!

Gabriele andreoli

Un’ultima cosa: secondo te qual è il tuo asset più vincente, quello a cui secondo te un ragazzo, o chi volesse iniziare una carriera come la tua o comunque chi si lancia in un mondo nuovo, non dovrebbe rinunciare mai? Che cos’è secondo te la cosa più importante che ti ha permesso di diventare J-AX?

J-AX

Cercare un tuo stile personale. Non è indispensabile fare le cose meglio degli altri; spesso basta fare le cose alla tua maniera senza troppi compromessi, e questo credo valga in tutti i lavori, per tutte le passioni. Se ad esempio costruisci una casa, premesso che stia in piedi, che tu la faccia bene, se riesci ad aggiungerci il tuo tocco personale, a metterci quella cosa che fai solo tu e che la rende riconoscibile, “vinci”. Perché comunque le dai un gusto particolare. A tanta gente magari non piacerà, però tanti altri diranno: «Questa è una figata, è la roba della mia vita!» perché ha un sapore particolare, il tuo. Direi quindi che un asset vincente consiste nel mantenere le proprie peculiarità, il proprio stile.