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Il Canvas della Sconfitta Vincente… in azione!

In un libro incentrato sulla Mentalità Vincente dedicare un intero capitolo alla Sconfitta potrebbe sembrare una scelta infelice; al contrario, risulterà essere pienamente funzionale, in primo luogo al superamento del “tabù” della sconfitta, secondariamente al rimodellamento del termine, per trarne una potente lezione che risulterà totalmente vincente.

Gli “sconfitti” sono molti: nello, sport, nella vita ed in tutti quei contesti nei quali cimentarsi in qualcosa può naturalmente avere esiti diversi, che dipendono da molti fattori. Una caratteristica che però spesso accomuna gli sconfitti di questi settori differenti è la modalità con la quale essi affrontano, o meglio, non affrontano, il fallimento; la tendenza a non considerare la sconfitta come qualcosa degno di nota, il valutare un punto di forza, riuscire ad avere un atteggiamento noncurante nei confronti del fallimento subito, arrivando al punto di non volerne parlare affatto, è il primo limite, il primo ostacolo, che le persone si auto impongono nel percorso verso la Vittoria. Infatti, se da un lato non risulta certamente funzionale restare “scioccati” a vita da una sconfitta, o perpetuare nel tempo una sensazione di malessere legata al fallimento considerato, bisogna necessariamente considerare l’utilità di approcciare la sconfitta in modo alternativo all’indifferenza, per trarne un insegnamento utile alle esperienze future.

Tra i tanti sportivi di successo, interessante è la testimonianza del campione di basket Kobe Bryant, che nella sua “Mamba Mentality” descrive i punti fondamentali, la sua “ricetta”, per raggiungere il successo: uno dei punti riguarda la resilienza, che permette di considerare la sconfitta come parte di un pacchetto formativo; ebbene sì, risulta estremamente importante considerare le sconfitte come parte del gioco, come componente necessaria del percorso verso il successo. Kobe Bryant considera un campione colui il quale abbia saputo trasformare le proprie sconfitte in un valore aggiunto.

Ecco cosa scrisse Bryant al suo amico ed ex avversario, dopo un grave infortunio.

“Sii triste. Sii arrabbiato. Sii frustrato. Urla. Piangi. Resta imbronciato. Quando ti alzerai penserai che sia stato solo un incubo, ma realizzerai che è tutto tremendamente vero. Sarai arrabbiato e vorrai tornare indietro, a prima di quella partita. La realtà però non ti restituisce nulla e anche tu non puoi farci niente.

Ora è tempo di guardare avanti e concentrarti su tutto quello che puoi fare per prepararti all’operazione, chiedi tutto quello che puoi ai medici per essere sicuro di aver capito tutto della procedura così potrai visualizzarla nella tua mente mentre verrai operato e migliorare le possibilità di riuscita. Poi concentrati sul recupero giorno per giorno. È un percorso lungo, ma se ti concentrerai sui piccoli traguardi lungo la via troverai la bellezza delle cose semplici che prima di questo infortunio davi per scontate. Significa anche che, quando tornerai, avrai una prospettiva diversa. Sarai così grato di poter stare in piedi, di poter camminare, di poter correre che ti allenerai più intensamente di quanto tu abbia mai fatto. Vedrai la speranza crescere dentro di te dopo ogni piccolo traguardo e per questo diventerai un giocatore più forte. Buona fortuna per questo percorso amico mio, sempre Mamba mentality”. 

Se lasciassimo la sconfitta relegata nel passato, essa assumerebbe senza dubbio il valore di fallimento tout court: riuscire ad affrontarla, superando il relativo tabù, per poi accoglierla successivamente in qualità di “maestro che insegna” è invece il modo più efficace per scoprire nuovi elementi funzionali al raggiungimento del successo.

Gli elementi funzionali al raggiungimento del successo possono essere considerati le parti di un puzzle che, una volta uniti, compongono in modo chiaro il processo nella sua totalità; questo processo consiste in un modello di Self Coaching, denominato Canvas della Sconfitta Vincente: un apparente ossimoro, che a livello metodologico risulta essere invece assolutamente coerente.

Non che la sconfitta debba essere accolta con gioia, ovviamente: la parte emotiva della sconfitta va vissuta ed accettata; basta rileggere le parole di Bryant per capirlo. Sarebbe quantomeno bizzarro assistere a festeggiamenti con champagne successivi ad un fallimento! La differenza sta nel “poi”, vale a dire nel considerare il fattore oggettivo del subire una sconfitta ed il fattore soggettivo del sentirsi degli sconfitti. Vi invito a riflettere sulla sostanziale differenza tra il considerarsi degli sconfitti ed il valutare invece la sconfitta subita come parte di un pacchetto di addestramento, come “trampolino” per un salto in un nuovo progetto vincente: è evidente che solo nel secondo caso la sconfitta non risulterà veramente perdente.

Il Canvas della Sconfitta Vincente è composto da domande guida, che per l’appunto hanno la funzione di guidarvi nel rimodellamento della sconfitta, per trarre da essa una lezione che vi permetterà di diventare vincenti.

Intanto, perché viene chiamato Canvas?

Letteralmente la parola canvas indicherebbe un canovaccio, una tela, un quadro ed è facile capire perché si sia poi giunti ad utilizzare questo termine per esprimere, per l’appunto, un “canovaccio” visivo, uno schema visivo facilmente comprensibile ed in grado di rappresentare concetti. Da qui lo schema grafico, canvas, creato appositamente per rendere visivamente comprensibile il processo di self-coaching, in grado di spostare il nostro Focus sulla Sconfitta (anziché solo sulla più gradevole “vittoria”) e sul come renderla la base per future “vittorie”:

Come potete vedere già dallo schema visivo, il percorso si compone di step ben definiti, accompagnati da domande guida (tra poco vi dirò meglio cosa intendo), che possano portare al raggiungimento di almeno uno di questi obiettivi:

  1. Aumentare la consapevolezza su cosa davvero conta per noi nelle sfide e cosa davvero significhi “perdere”, perché non è così scontato come sembrerebbe
  2. Mettere in ordine pensieri ed emozioni, dando la giusta importanza ad entrambi, ma senza patirne la contaminazione reciproca: una cosa sono le emozioni che “viviamo” quando qualcosa non va come vorremmo, ben altra cosa è quello che razionalmente “pensiamo”, dopo aver vissuto la nostra sconfitta
  3. Associare nuove e diverse sfumature emotive all’evento drammatico: molte volte il dolore e la frustrazione della sconfitta subita ci portano a voler rapidamente voltare pagina, per guardare solo avanti, senza essere più disposti anche solo a ripensare all’accaduto. In simili casi, il ricordo dell’evento-sconfitta diventa un tabù e quella sorta di “paura” a riviverne il ricordo diventa la bandiera della non-accettazione, che porta alla sua negazione.
    C’è della saggezza in tutto questo: perché dovremmo ripensare a cose dolorose quando possiamo gettarcele alle spalle? I motivi sono molti e tutti validi, ma ci porterebbero ora fuori strada (sono stati scritti libri su tali processi di cancellazione e negazione).
    Basti pensare invece solo a questo: tornare sui propri passi, a freddo, rianalizzare in modo più asettico gli eventi e le prestazioni che abbiamo offerto, cercare, come fosse un gioco scopri-il-mistero, le ragioni profonde e nascoste che possono aver influenzato negativamente il risultato, può diventare un’attività motivante di per sé stessa e farci scoprire i semi della Mentalità Vincente, da piantare ed annaffiare ogni giorno, prima di tutto nella nostra mente.
  4. Allenare la nostra antifragilità: non basta “tenere duro” quando si perde, limitandosi ad emulare la pallina di gommapiuma che, una volta rilasciata dopo essere stata stressata dalla mano che l’ha strizzata, torna alla sua dimensione originaria, senza danni, dimostrandoci la sua grandiosa resilienza strutturale.
    Noi non siamo come una pallina di gomma!!! Noi siamo molto di più, abbiamo una complessa macchina per pensare e sentire, inserita in un sistema biologico complesso (il nostro organismo) che è già in grado, da solo, di fare molto di più della pallina: di fronte alle avversità, malattie, stress siamo infatti in grado di “prosperare”, diventando più forti, più veloci, più “vincenti”.

Non è detto che tutti questi obiettivi siano alla vostra portata in un solo “giro” di canvas, ma di certo la pratica “intenzionale” di questo modello di self-coaching vi renderà sempre più attenti e sensibili, pronti a cogliere sempre più sfumature e a ricevere insight, intuizioni, che non sempre si rivelano.